Mi ritrovo su questo blog, dopo tre anni dalla sua apertura e 36 articoli scritti, a raccontare due giornate che cominciano a profumare d’autunno. Lo stesso profumo che, tre anni fa, mi spinse ad aprire questo spazio: un luogo libero dalle logiche rapide e voraci dei social, dove la fotografia potesse ritrovare il suo ritmo naturale. Lento. Costante. Presente. Un ritmo che non ha nulla a che vedere con l’urgenza di produrre e consumare immagini imposta oggi dalle piattaforme più diffuse.
La prima è una di quelle giornate che intuisco subito andrà bene. Il meteo è variabile – una condizione che amo e che spesso regala le luci migliori. Ma soprattutto, sento il desiderio di stare nella Natura, all’aperto, a qualsiasi condizione.
Parcheggio l’auto al punto di partenza del sentiero: due ore di cammino mi separano dalla meta, con un dislivello contenuto. So già che il tempo si allungherà: le pause per fotografare e filmare sono inevitabili e benvenute.
Il bosco mi accoglie con il suo respiro umido: odora di funghi, di foglie bagnate, di quel fresco che solo l’autunno sa regalare. Più avanti, una pioggia discreta mi sorprende, finendo per inzupparmi del tutto. L’attrezzatura resta protetta sotto la cover dello zaino, ormai fradicio, mentre cerco riparo sotto un albero.
Ho qualche minuto per fermarmi. Osservo attorno a me, respiro a fondo e rifletto. È il momento delle scelte: scendere a valle o restare, cercando magari un punto più fitto del bosco che possa offrirmi riparo nell’attesa. Guardo le gocce scivolare lungo i rami, ascolto il tamburellare dell’acqua sulle foglie e mi chiedo cosa fare… Attendo ancora, posso rimanere a pensare, con la speranza che nel frattempo la pioggia si calmi.
Sono premiato: la pioggia lentamente si attenua, si fa leggera, poi cessa. Posso riprendere il cammino. Poco dopo, le nuvole in movimento si aprono e lasciano passare il sole: raggi caldi e improvvisi che illuminano le mirtillaie umide, riflettendosi sulle gocce rimaste in equilibrio sulle foglie. È un piccolo spettacolo effimero, che dura appena qualche istante. Ma è proprio per momenti così che vale la pena affrontare la pioggia, il freddo, l’attesa.
La fotografia, come l’autunno, è questo: un esercizio di pazienza, un continuo invito a rallentare, ad accogliere il ritmo della Natura.
La seconda tappa della mia ricerca di atmosfere e colori autunnali che tanto adoro mi conduce ai Prati di Sara: praterie d’altura circondate da faggete, dove alcuni alberi, plasmati dagli eventi, si ergono come sculture, sferzati dal vento e colpiti dal sole come rocce vive.
La giornata inizia con un cielo limpido, completamente privo di nuvole. Non è l’atmosfera che sto cercando, ma conosco bene questa zona: qui tutto può cambiare in fretta, ed il sereno può trasformarsi in tempesta.
Ben presto l’Appennino Reggiano conferma il mio ricordo. Le nuvole, scendendo dalla cima del Cusna, avvolgono la valle in una coltre di nebbia densa, accompagnata da vento e umidità che si posa sull’attrezzatura come una pioggia sottile.
Proseguo verso i Prati, cercando di tanto in tanto gli affascinanti rami secchi del ginepro selvatico. Il sole tenta di farsi strada tra le nubi, ma il vento è forte ed il freddo comincia a pungere. La discesa verso la prateria — che al ritorno sarà uno strappo in salita da togliere il fiato — rivela finalmente l’altopiano: cavalli allo stato brado e l’iconico faggio piegato dal vento, simbolo silenzioso della resistenza di questa parte di terra.
Scatto alcune foto, realizzo qualche ripresa, sulle quali ultimamente mi sto concentrando molto. A tratti la scena sembra eterea, quasi sospesa nel tempo, ma l’orologio richiama alla prudenza: il buio, unito alla nebbia, non sarebbe un buon compagno di ritorno.
Riprendo il sentiero verso valle. Il vento ora soffia impetuoso, i raggi di sole dell’inizio giornata sono svaniti.
Resta solo la nebbia, la strada, ed il rumore dei miei passi che mi riporta lentamente alla macchina…









