Dopo le prime fioriture di Hepatica nobilis e Erythronium dens-canis, arrivano loro: le Anemonoides nemorosa.
Un fiore solo in apparenza semplice. Petali sottili, bianchi, che al minimo soffio si muovono; una luce che facilmente li brucia; uno sfondo che rischia di diventare confuso nel sottobosco ancora spoglio.
Con lei ho sempre avuto un rapporto complicato.
Non è odio — è più corretto chiamarla incapacità. La sensazione di non riuscire a restituire in fotografia quella delicatezza quasi fragile, quella presenza discreta ma luminosa che ha quando la incontri dal vivo.
Quest’anno ho deciso di fermarmi.
Di non cercare l’effetto, ma l’equilibrio. Di osservare di più e scattare meno. Di accettare che forse non è un fiore da “domare”, ma da assecondare.
È stata una piccola sfida personale.
Non tanto per ottenere l’immagine perfetta, quanto per imparare a guardare con più pazienza qualcosa che mi aveva sempre messo in difficoltà.
E forse è proprio questo il senso di tornare ogni primavera negli stessi luoghi: non per fotografare fiori diversi, ma per fotografarci un po’ diversi noi.








